Home Page
salta ai contenuti



Vivere a Camino

Salta al menu "Visitare Camino"
Salta al menu "Visitare Camino"

VIVERE A CAMINO
Cultura




AMEDEO GIACOMINI A CAMINO

Amedeo Giacomini (Varmo 1939 - Codroipo 2006) per i caminesi era “il fì dal fatôr di Vildivar”. Era conosciuto a Camino fin da ragazzo per le sue frequentazioni presso lo zio paterno, per alcuni anni segretario comunale del paese.
Nelle sue opere letterarie ha saputo cogliere alcuni aspetti del carattere della nostra gente, codificare talune nostre abitudini e descrivere, talvolta con tratti poetici, alcuni scorci del nostro territorio con gran dolcezza e sensibilità tracciando, come in un quadro impressionista, eloquenti e decise pennellate. Immaginandoci davanti a questo quadro cerchiamo di scrutarlo al fine di carpire alcune emozioni che sono appartenute all’autore.
Per Giacomini il territorio di Camino è caratterizzato da “Lame d’acqua in cui si specchiano ville famose di patrizi che speravano custodire o poter rivivere, nella più segreta pianura, i fasti d’una ovunque delusa lor gloria: dimore stupende (per semplicità di linee e purezza di volumi) di gentiluomini
campagnoli, come lo è quella di Gorizzo (il Gurìz miò dolz del conte Ermes, che non veniva a cercarvi, come altri vorrebbe, riposo dopo improbabili godurie viennesi, ma l’opulenta terragna bellezza delle forase su cui soleva avventarsi, per ciò che i vecchi tramandano, con una protervia che nulla aveva d’araldico.” Ma il vero artefice del territorio è il Tagliamento, il fiume divenuto pretesto di contemplazione e di riflessione: “Il fiume – ma era piuttosto un immenso torrente – si frangeva, privo di letto, in tanti piccoli ramoni, che difficilmente uno poteva trovare a prima vista.... si apriva la distesa del greto, quel chilometro e più di sassi, il loro chiarore minerale, interrotto qua e là dal giallo della sabbia e, a volte, da un inquieto scorrere di ramoni che si cercavano e, sul punto di confluire, di nuovo s’allontanavano deviati da macchie cupe di cespugli, da una falda di sassi più compatta.” In questo ambiente Giacomini scopre la natura e la passione per gli uccelli: “Colchici, vinchi e tanta acqua, lame e gorghi nascosti sotto gli ontani; luce, acqua-luce, sui sassi del Tagliamento, sotto l’agrispina, pioppi che nascondevano il nido del pendolino e la gazza mangia-grano, uova come di gallina nel bosco del Tauriano; un ridere selvaggio di pavoncella”. E, naturalmente, non poteva mancare la campagna d’intorno, presenza ineluttabile e preponderante, sempre fonte viva di ispirazione e meditazione dai tratti poetici.
Il poeta scopre, ancora giovanissimo, i “Prati verdi che odorano di erba selvatica, di allodole nascoste” dove da bambino “di nascosto dentro un vicolo pascolato dalle oche, tra i rami dei fichi da scuotere, la vita s’inventava diversa, ogni giorno una luna da occhieggiare. Oh il mare dei ricordi sui campi di segale, il verde del gorgo davanti al quale fermarsi piccoli e crudi, paurosi di non tornare! Nel blu vanito dei rintocchi di una campana un vento di piuma ci portava sogni perduti, più tardi, il respirare di un’ala” C’è poi quella terra che “cominciava ad essere odiata, già in quegli anni, dai giovani la vita contadina umida e «onta», sudicia e buona solo, senza lavorarci, per le gite domenicali!”
E tante sono le amare meditazioni sui cambiamenti ambientali dove “questa stessa pianura non era mai stata, com’è oggi, assolutamente limpida, al punto che, alzando gli occhi, si guarda ovunque con chiarezza, e le montagne - Alpi o Prealpi che siano o tutte e due insieme — sembrano a portata di mano, sicché risultano visibili persino i punti di congiunzione delle ultime pendici alla pianura... Un tempo le mie Basse, ricche di prati, di campi di grano e d’erba medica, dalla primavera all’autunno venivano letteralmente invase da quei formidabili amatori (storno ndr) ; oggi, causa i veleni, i diserbanti e le varie diossine barattate al vulgo per innocui pesticidi, trovarne qualcuna ruspante è quasi un miracolo, un’impresa da raccontare”. Le contemplazioni della campagna e del Tagliamento ci introducono prepotentemente un argomento assai caro a Giacomini: l’uccellagione, arte per la quale era decisamente un maestro e che molti di noi, in gioventù, hanno praticato anche con metodi assai rudimentali ed empirici. Nella pubblicazione “L’arte dell’andar per uccelli con vischio” si rivolge al lettore come fosse un suo allievo e, da buon insegnante, si sofferma a informarlo che ormai “per colpa dei concimi chimici, dei pesticidi e dei diserbanti”, si è persa una buona parte del patrimonio ambientale indispensabile per l’uccellagione.
Si diletta quindi a chiosare, in maniera assai ironica, “sulla nobilissima arte dell’andar per uccelli con falchi” e intrattenendo il suo lettore-allievo, con complice amicizia si rivolge a questi in prima persona: “per parlarti di codest’ultimi (i falchi), del loro allevamento, ma se la pigrizia insanante mi costringerà ad attendere altro tempo prima di farlo giuro che, dati i verdi che corrono, mi toccherà allora parlarti piuttosto dell’arte dell’andar per pantegane, per gazze o per corvi: i soli animali che neanche le multinazionali riusciranno mai a domare.”Scopriamo così anche un Giacomini esperto conoscitore del nostro territorio e delle abitudini eno-gastronomiche, a principiare dagli “asparagi selvatici del Tagliamento, da ragazzo, ne coglievo a cesti da queste parti, erano i migliori del mondo: grossi quanto quelli d’orto, meravigliosamente saporiti sia in frittata che fatti lessi o cotti insieme alle erbe nella minestra... Palmira, mia madre, sapeva fare con essi una torta!” e naturalmente le osterie, e il vino. Quello dell’osteria per Giacomini è un mondo pieno di umanità dove i personaggi primeggiano nei loro ruoli tanto che cita, tra gli altri, “Eugenio D’Angela, nella sua osteria di Camino (già Bottegon ndr) ci si può deliziare, se il padrone capisce che siete dei suoi, con un Pinot bianco di rara secchezza,”....” ma anche nella cantina di “Anselmo Burlon (un vero genio dei vini questo, che è di Bugnins)”. L’osteria è luogo di incontro e di socializzazione dove i “compagni che hanno nuotato nel vino” hanno magari gustato “un brodo col vino e un uovo bazzotto”, e bevono “per essere come la vita, per dondolarsi”. Ma è anche il luogo di amene frequentazioni, solo per il piacere di trovarsi davanti a “una tavola d’osteria nella nebbia spessa del fumo il tintinnio dei bicchieri, lì a mescolare la vita nel giuoco delle carte” o in “un cantuccio (d’osteria), giocare con il dito intorno a una lacrima di vino, un moscone sui vetri, un giocatore in disparte grida “carico!”, come se vincere fosse destino di ogni destino”. E, naturalmente, in uno scenario come questo il ruolo di primattore non poteva che andare al vino, su cui Giacomini si è soffermato con attenzione e competenza, a partire dalle proprietà curative del “meraviglioso Verduzzo che contribuì più di ogni altra medicina a ridarmi la salute quando, ragazzo, mi ammalai seriamente,” ed estendendo la sua “meditazione” a tutti i nostri vini locali. L’opera letteraria di un poeta o di uno scrittore prende sempre il sopravvento sull’uomo; il tempo tende ad annullare la sua figura umana privilegiandone il pensiero. Giacomini è appena scomparso, troppo prematuramente, ma il ricordo e la sua memoria sono ancora forti e vivi. Noi, suoi contemporanei, abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo e frequentarlo personalmente sia nelle vesti di scrittore che in quelle di persona inserita nel contesto quotidiano. Senza inoltrarci in disquisizioni puramente letterarie ci piace ricordarlo in alcuni momenti significativi legati alla memoria. Il primo “impatto” con l’uomo, per molti caminesi, è avvenuto a scuola, precisamente presso le scuole medie di Codroipo, dove il giovanissimo Giacomini aveva intrapreso la professione di insegnante. Il suo carattere irruente e schietto strideva decisamente con il sistema scolastico di allora, soggetto a vincoli educativi rigorosi e rigidi. Ai nostri occhi di giovani e imberbi allievi l’insegnante Giacobini ci appariva come un eroe dei poemi epici che stavamo studiando e, quindi, un modello da imitare per acutezza di pensiero, per la schiettezza e per l’ampia cultura che traspariva dal suo dire. Più oltre negli anni lo abbiamo conosciuto a Camino in qualità di membro di “diritto” nella commissione che si occupava della valutazione dei vini posti a concorso nella Festa del Vino. La sua presenza in questa commissione, composta da esperti enologi, vinificatori e somelliers era “decisamente qualificante”, poiché rappresentativa della parte meno ascoltata e coinvolta: la gente. Era un piacere ascoltarlo nelle sue esternazioni ridanciane, ma qualificate, che il suo carattere espansivo e schietto rendevano piacevoli, giocose e acute, talvolta in contrasto con i pareri degli altri membri che appartenevano alla schiera degli “esperti”.
Ovviamente i suoi commenti, decisamente trasparenti, suscitavano l’ilarità dei convenuti ma i suoi giudizi in quel momento riassumevano i gusti della gente e questo gli permetteva di essere uno di noi. Il legame con il nostro paese era quindi caratterizzato da una grande umanità, e il rapporto con le persone era basato sull’amicizia, senza venire condizionato dagli echi dei suoi successi letterari. Ci è sempre piaciuto rapportarci con lui “alla pari”, disquisendo sui nostri vini, come fanno coloro che si incontrano occasionalmente in osteria. Per Giacomini il vino assumere la funzione di strumento di socializzazione e l’azione del bere, lungi dall’essere criminalizzata, diviene il catalizzatore per gli argomenti più disparati. Così scopriamo in lui sentimenti di tenerezza e di affetto per “La gente che beve il bicchiere e aspetta: vorrei che amore e fortuna li baciassero tutti”.
Bibliografia: Amedeo Giacomini
Viaggio in Friuli tra i vini e gli uomini, Santi Quaranta, 2004, p. 27
Manovre, Rapallo, 1967, p.15 (in commercio presso Santi Quaranta, 2001)
Antologia privata: poesie in friulano, Mobydick, 1997 (fuori commercio), Vâr, p-65
Antologia, In âgris rimis e gnovis, p. 162 -163- 165
Presumût unviar: poesie friulane (1984-1986), Scheiwiller 1987 (fuori commercio), p.75
Il giardiniere di villa Manin, Santi Quaranta 2002, p.51 - p.70
Andar per uccelli, Santi Quaranta 2000 p.110
Viaggio in Friuli tra i vini e gli uomini, Santi Quaranta, 2004, p. 59 - p. 32
Antologia, Sfuejs, p.70
Antologia, Tiare Pesante, pp. 30-31
Antologia, Presumût unviâr, pp.149-150




IL BREÂR

Parlando di vecchie tradizioni e di vecchie usanze, non possiamo lasciare da parte il “BREAR”, ballo pubblico che caratterizzava la “sagra” del paese.
Un tempo, e non tanto remoto, nelle piazze veniva allestito il Breâr (da brèé = tavola), particolare tavolato provvisorio delimitato da un carro che fungeva da palco e che ospitava i suonatori.
La piattaforma era chiusa da traverse di legno che servivano anche da appoggio agli anziani e ai bambini che non partecipavano alle danze, ma giovano ugualmente per le esibizioni dei ballerini.
Valzer, mazurche, ziguzainiis, slizzis, per arrivare a balli più moderni, accompagnati da una musica piuttosto roboante e da tanta allegria, facendo sì che il paese avesse il suo momento magico.
Considerato questo un divertimento profano e perciò staccato dalle feste religiose –vi è un tempo per le preghiere e i riti e un tempo per lo svago- il “Breâr” tuttavia ha anch’esso origini antiche e non del tutto laiche.
La credenza vuole sia stato istituito dal beato Bertrando Patriarca d’Aquileia, considerato l’inventore di queste danze popolari, altri da S. Ermacora, patrono della diocesi. A Udine, infatti, il giorno di questo santo, che ne è il protettore, sotto la Loggia municipale si teneva una pubblica festa da ballo. Lo scopo era quello di far incontrare i giovani, celibi e nubili, anche di altri paesi, per consentire prese di contatto e conoscenze e favorire così fidanzamenti e matrimoni.
In occasione di questa festa, che rappresentava una grande attrattiva sia per i giovani che per quelli meno, si indossavano vestiti nuovi, si “screave la mùde” e questo valeva specialmente per le ragazze da marito.
La piazza si riempiva di variopinte bancarelle colme di ingenui giocattoli e di dolciumi: colàz, a forma di ciambella, pevarins, biscotti di colore scuro e dal sapore pizzicante, bagigi, mandorlato, croccante, spumiglie, stanghe di liquirizia, tira-molla, bancarelle che davano colore, vivacità e animavano la festa.
Era consuetudine portare a casa ai vecchi e ai più piccini un cartoccio di questi dolci come una sorpresa dovuta e aspettata: - puartà a ciàse la sàgre-.
La ricorrenza attirava in paese parenti e amici, in modo particolare quelli di città che, non abituati a questo tipo di festeggiamenti, gradivano l’invito che, del resto, si concludeva sempre con un ricco e sostanzioso pranzo accompagnato dal miglior “bianco” e dal miglior “nero”, gelosamente custoditi per l’occasione.
A Camino la sagra con il “Breâr” arrivava la seconda domenica di ottobre, la prima era riservata al “Perdòn dal Rosari”, festa religiosa importante che doveva essere dedicata soltanto alla Chiesa.
Oggi tutto questo si è trasferito nella “Festa del Vino”, la parola “sagre” è un pò in disuso, non ci sono più i “colàz”, i balli e le musiche sono cambiate così come il modo di essere, di pensare, di apparire e anche di “screâ la mùde”. Si vogliono sì ricuperare le vecchie usanze, ma attenzione a non snaturarle o tradirle. C’è tuttavia da dire che la trasformazione della festa accompagna e obbedisce sempre al succedersi della trasformazione sociale e comporta inevitabilmente dei cambiamenti.
C’è stata un’evoluzione ed è giusto che sia così, ma, ricordare è il più delicato piacere di chi non è più giovane per rinnovare momenti del passato che non vanno cancellati, che hanno avuto un loro significato e che conservano sempre un potere di suggestione e di patetica commozione.
Qualcuno ha detto che fino a quando terremo vive le nostre radici e le nostre tradizioni e le riproporremo ai più giovani, questo nostro piccolo mondo sarà salvo.
Io aggiungo che fino a quando proveremo emozione al sorgere e al tramontare del sole, al rumore della pioggia, al canto degli uccelli, al silenzio della notte, noi saremo salvi.
Pucci Stroili




ALTARE DELLA CHIESA DI GORIZZO

La chiesa filiale di Gorizzo durante il XVIII secolo conosce il suo periodo di massimo splendore; in questi anni essa si arricchisce di pregevoli opere d’arte che la rendono oggi, a pieno titolo, una tra le più belle del Medio Friuli. Al 1719 risale, infatti, l’affresco dei quattro evangelisti che orna la volta a crociera del Presbiterio, opera della piena maturità del pittore venzonese Francesco Zamolo come testimoniato dall’iscrizione posta sul vangelo di Marco “Joan. Franc. Zamolus pinxit 1719”. Alla fine del secolo, con buona probabilità, risalgono gli stalli del coro, purtroppo oggi perduti quasi nella loro interezza.
Alla metà del secolo si può situare invece l’altare della chiesa, infatti in occasione di una visita pastorale nel 1762 viene presentata la pala dell’Assunta, quindi il nostro altare, dedicato ai santi martiri aquileiesi Canziano e Canzio, costruito in sostituzione di uno precedente, molto probabilmente in legno, deve essere datato poco prima di quell’anno. Esso è “a.portale”, chiamato così per essere destinato ad accogliere un’icona (dipinta come nel nostro caso o scolpita in altri), cosa che lo differenzia da gran parte degli altari della zona che presentano un ciborio a forma di tempio (pensiamo alla cappella della Vergine nella chiesa di Camino) a protezione del Tabernacolo.
Pur non sapendo nulla dell’autore che ha eseguito l’opera, ma prendendo in considerazione ad esempio, i due altari della sacrestia della cappella di villa Manin, opere del grande scultore veneziano G. Torretti, o altri del sanvitese, di autori ben a conoscenza della lezione veneziana, che presentano con il nostro la stessa tipologia strutturale oltre ad elementi decorativi simili, possiamo azzardare l’ipotesi che l’altarista di Gorizzo sia stato a bottega da un maestro veneziano o che sia venuto a diretto contatto con uno di essi. Inoltre, se consideriamo la pregevole disposizione architettonico - strutturale dei vari elementi che compongono il nostro altare e la loro collocazione ben proporzionata ed organica (nonostante le dimensioni notevoli che coprono il muro totalmente in altezza e quasi in larghezza, il tutto inserito in un vano angusto), possiamo pensare ad un progetto approntato o visionato da un architetto; sapendo che i maggiori altaristi collaboravano con architetti per definire più rigorosamente le strutture degli altari non possiamo escludere che il nostro autore abbia potuto visionare alcuni di questi progetti, perché no, nella bottega della sua formazione professionale.
Andiamo ora a descrivere più minuziosamente la struttura compositiva dell’opera; subito si può notare che questa è suddivisa in due parti: una bassa comprendente un paliotto, reggente la mensa dell’altare, sopraelevato per mezzo di due scalini rispetto al pavimento della navata ed una seconda che definiremo “alzata” ripartita a sua volta in due ordini, uno composto da Tabernacolo e statue, l’altro dall’immagine incorniciata della Vergine e dalla struttura retrostante.
Tutti gli elementi sono fusi con grande maestria tecnica dall’autore, basti notare che le notevoli dimensioni del Tabernacolo (così grande perché all’epoca, quando il ministro celebrava l’eucarestia, in alcune parti, con le spalle ai fedeli, questi ultimi dovevano comunque riuscire a vedere in parte il Tabernacolo) sono addolcite dalla leggerezza delle due statue che piegandosi appena verso di esso distolgono l’occhio dell’osservatore impedendogli al primo sguardo, di farsi una reale idea delle sue dimensioni. Del Tabernacolo si può inoltre dire che, poggiato su una base poligonale, è incorniciato da delicate volute marmoree intervallate da tralci d’uva, simbolo del sacrificio di Cristo, vera vigna dell’umanità; il tutto è coronato da un timpano mistilineo spezzato (vale a dire composto da linee rette e curve) con testa di cherubino centrale. La portella rappresenta un ostensorio con alla base figurine d’angeli in mezzo a nubi.
Il fatto che il nostro altarista fosse capace è avvalorato anche dall’analisi delle pregevoli statue in marmo di Carrara dei santi che ora andremo a descrivere.
A differenza di molti gruppi statuari delle chiese minori del territorio vicino, le nostre colpiscono subito per la leggerezza dei movimenti e per l’espressività che trasmettono attraverso una misurata plasticità delle mani e delle braccia e per la ponderata torsione dei busti. Pregevole anche il gioco delle vesti che tepidamente avvolgono i due santi.
In particolare vorremmo soffermarci un attimo sul senso di movimento che le statue esprimono (abbiamo già spiegato in precedenza come questo serva anche a dare equilibrio compositivo all’opera). Nella statua di sinistra questo effetto è dato dalla posizione delle gambe (la destra si flette in avanti, mentre la sinistra fa da perno) e dalla lorica di cuoio della veste militare nel suo moto ondeggiante sui fianchi. In quella di destra gli stessi accorgimenti sono evidenziati da una maggiore flessione del ginocchio (indicato all’osservatore dal braccio destro della statua che scendendo lungo il corpo sembra volerlo toccare), inoltre maggiore è la torsione del busto. Pregevole è, infine, la resa dei particolari dove lo scultore ha preferito soffermarsi su calzari o vesti piuttosto che sui volti.
Un ultimo accenno descrittivo degli altri elementi dell’altare. Il paliotto ha forma ad urna ed è arricchito al centro da un rilievo raffigurante un calice da cui fuoriesce l’ostia consacrata e testine di cherubini in mezzo a nubi spumose. La pala dell’Assunta (che vediamo trasportata in cielo da un trionfo di angioletti) facente parte dell’alzata, è incorniciata entro un riquadro mistilineo dalle elaborate modanature, inserito in una struttura che ricalca la forma del Tabernacolo e riprende gli stessi elementi decorativi quali le volute attorcigliate inframmezzate dai tralci d’uva, il timpano mistilineo spezzato e lo stesso materiale nelle tarsie marmoree, cosa che rende il tutto particolarmente omogeneo e proporzionato nel suo incantevole gioco di richiami.
In conclusione, possiamo dire che, ad eccezione degli angioletti posti sul timpano dell’alzata e della tarsia sull’ultimo gradino alla base del paliotto che, non essendo di fattura particolarmente accurata, possono essere attribuiti ad uno scalpellino della bottega del nostro altarista, ci troviamo in presenza di un’opera di alta scultura frutto del lavoro di un artista particolarmente valido, di valore probabilmente regionale e non solo locale.
Nicola Locatelli





Salta al menu "Vivere a Camino"
Salta al menu "Visitare Camino"


Visitare Camino

Salta al menu "Vivere Camino"
Salta al menu "Vivere a Camino"